150 Unità d'Italia

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Il 17 marzo 1861, il Parlamento proclama Vittorio Emanuele Re d’Italia “ un’espressione geografica, ma gli italiani continuavano a restare un ideale, una bella fantasia. Costruire il “ POPOLO ITALIANO” era impresa difficile considerato che le diverse genti italiche avevano in comune soprattutto i difetti che impediscono la formazione di un popolo: il campanilismo, l’individualismo, la rassegnazione, la sfiducia nelle istituzioni. Gli Italiani non erano mai esistiti perché non si erano mai riconosciuti in un’unica bandiera, organizzazione, struttura comune.

La Patria sacralizzata venne considerata un’entità superiore che il popolo doveva imparare ad amare e per cui, se necessario, sacrificare la vita. Emblematico a tal riguardo l’episodio della “ piccola vedetta lombarda ”, nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, in cui un bambino si fa uccidere pur di spiare i movimenti militari austriaci; oppure la scena del buon padre di famiglia che porge al figlio la mano "ancora calda" della stretta del Re. Erano questi esempi di come si riuscì a dare agli Italiani un certo “amor di Patria”.

L’Italia che nasceva era un paese debole, tanto che all’estero era diffusa l’opinione che l’unità non poteva durare. La frase attribuita a Massimo D’Azeglio “ l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani” rendeva bene la situazione. Oggi quest’unità si festeggia in tutt’Italia e sono solo i primi 150 anni. Acquisire la consapevolezza di appartenere alla stessa nazione è stato un cammino lungo e, forse, non del tutto compiuto, percorso dagli italiani dopo il 1861. Anche il nostro territorio ha dato il proprio contributo all’unificazione. Tra i MILLE che da Quarto, in Liguria, partirono con Garibaldi, nove erano salernitani: di questi nove, otto erano del sud della nostra Provincia. • Michele e Raffaele Del Mastro di Montecorice • Michele Magnoni di Rutino • Vincenzo Padula, un prete, di Padula • Giuseppe Pessolani di Atena Lucana • Antonio Santelmo di Padula • Leonino Vinciprova di Omignano • Filippo Patella di Agropoli Finita la spedizione garibaldina tornarono ai loro paesi, ma non poterono mai dimenticare la mattina del 7 novembre 1860, quando il Generale Garibaldi appuntò le medaglie sul petto di coloro che, tra i Mille, eranoarrivati vivi a Capua. Questi nostri conterranei, nei loro piccoli paesi dove erano tornati, poterono raccontare di aver fatto l’Italia. Il nostro Cilento rivoluzionario era un mito per i liberali italiani; per la polizia borbonica era, invece, la terra dei tristi. I moti del 1828 e del 1848 hanno anticipato e preparato il 1860. Costabile Carducci di Capaccio, i fratelli De Mattia di Vallo, il canonico Antonio De Luca di Celle di Bulgheria, i famosi fratelli Capozzoli di Monteforte, i fratelli Riccio di Cardile, i fratelli Catarina di Omignano: erano costoro solo alcuni degli animatori ed anche i coordinatori delle insurrezioni.

Quegli anni furono caratterizzati da profonde passioni, dilagavano le idee di Mazzini e Gioberti. Tutto lasciava presagire l’annuncio di nuove epoche. Ma i moti fallirono, sedati nel sangue dalle forze borboniche. La repressione però esaltò l’impressione suscitata dal nome dei cilentani. Solo pochi anni dopo migliaia di questi insorti, seguirono Garibaldi vincendo la lotta iniziata 60 anni prima. Una sola bandiera, un solo inno, un’unica guida politica, economica e sociale, una lingua nazionale. L’Italia , una e indivisibile, nata dal sacrificio di tanti eroi. Oggi questa Italia noi festeggiamo. Ma le celebrazioni non dovranno avere lo sguardo rivolto solo al passato, ma mandare molti segnali concreti per il futuro. Un futuro diverso, un futuro migliore,un futuro in cui le memorie contrastanti e contrapposte si scontrino apertamente indicando percorsi e obiettivi nell’ambito di un traguardo condiviso. Oggi, D’Azeglio, Salvemini, Ernesto Rossi, Spinelli, affermerebbero che non è possibile celebrare l’unità d’Italia senza parlare di Europa. L’Italia del 2011 non è pensabile né migliorabile se non come attore politico e come cittadinanza che vuole operare nell’ambito dell’Unione Europea e che deve tentare di acquisire la cultura, generale e politica, per farlo con successo. Il Risorgimento, soprattutto, ma anche la Resistenza costruirono significativi momenti per i cantori della libertà e dell’impegno politico, della solidarietà nazionale. La migliore celebrazione del 150esimo anniversario dovrebbe consistere nell’iniziare a ricostruire l’Italia e a rifare gli Italiani. Bisogna far nostro il proposito del Presidente della Repubblica Napolitano: bisogna trasformare l’anniversario dei 150 anni dell’Unità in un nuovo innamoramento del nostro essere italiano; bisogna incitare noi stessi ad avere un po’ più di orgoglio nazionale. Auguri all’Italia, bella, giusta e Nazione d’Europa!